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DICONO DI NOI/ RASSEGNA STAMPA

IL PARADISO DEGLI IDIOTI #istantanea (Stratagemmi/ Chiara Mignemi)
E se Adamo fosse stato ucciso – poniamo – da una donna scimmia?
Un’idea buffa, scadente, intrisa dell’immaginario cinematografico dei colossal americani del XX secolo. Ma anche una fantasia indispensabile per il giovane protagonista del Paradiso degli idioti, che cerca di elaborare il suo controverso lutto per la morte del padre.
Andrea, aspirante sceneggiatore, si trova a fare i conti con la pochezza dell’eredità dei padri, intesa in senso universale: fatta eccezione per Adamo, ogni uomo è figlio di un altro uomo, ed è a questo vincolato da un sentimento di riconoscenza per il solo fatto di essere al mondo.Un circolo vizioso che genera prepotenza da una parte e timore reverenziale dall’altra, e che ogni nuova generazione accoglie come un fardello sempre più gravoso.
Andrea e sua sorella Sonia tentano di consolarsi vicendevolmente, ma non si rendono conto di riprodurre l’uno nei confronti dell’altra le stesse modalità impietose, giudicanti e demolenti che hanno acquisito dall’arida pedagogia paterna.
I due trovano un rifugio dallo sconforto nella dimensione onirica, che La ballata dei Lenna rappresenta con eccezionale vigore immaginifico: suggestioni angoscianti e sensuali vengono condivise con chi sta in platea svincolandosi dal filtro accomodante della parola, integre nelle loro sfaccettature consce ed inconsce. La creatività dei due protagonisti, colma di angosce inespresse, assume forme che sfuggono al loro controllo, si impossessa di loro e li abbrutisce, rendendoli spregevoli ai loro stessi occhi.
L’ultima consolazione concreta rimane quella dell’abbraccio fraterno, che non è certo una salvezza, ma è il minimo indispensabile per tirare avanti.

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Il Paradiso degli Idioti: La Ballata dei Lenna a due o quattro zampe? (Pac/Valentina Sorte)
Partiamo dal titolo. Ma quale? Quello ufficiale, Il Paradiso degli idioti, o quello che all’interno dello spettacolo gli fa da controcanto, ovvero il Paradiso degli eroi? In altre parole, chi abita il Paradiso de La Ballata dei Lenna: degli idioti o degli eroi? La questione non è banale.
Da una parte c’è Andrea (Nicola Di Chio) che, dopo la morte del padre, è alle prese con la sua prima sceneggiatura “Il Paradiso degli eroi”, appunto: una saga cinematografica di supereroi che daranno il via ad una nuova era dell’umanità, la cui scena madre prevede l’uccisione di Adamo ad opera di una Donna-Scimmia. Il suo paradiso è a tutti gli effetti un universo parallelo, sovraccarico di simboli e di evasione, in cui si riversano i goffi tentativi di un trentenne di gestire l’eredità dei padri.
A irrompere in questo microcosmo immaturo e galvanizzato, dal lontano Canada, è la sorella Sonia, rientrata in Italia per leggere insieme al fratello il testamento morale lasciato dal padre prima di morire. Sonia, a differenza di Andrea, ha i piedi ben piantati a terra. Fin troppo. È un’artista visiva molto spregiudicata, pronta a travalicare qualsiasi limite etico pur di affermarsi. Realizza cioè vere e proprie statue viventi, ricorrendo alla più estrema chirurgia estetica: allungamento o accorciamento degli arti, amputazioni, sbiancamento della pelle. Una sorta di ORLAN ancora più radicale.
Le loro sono due forme di iperrealtà agli antipodi. La prima per difetto di realtà, la seconda per eccesso. Due deliri di onnipotenza che devono però fare i conti con un mondo tutt’altro che eroico, fatto di fallimenti e disillusioni.
Innanzitutto non esiste alcun testamento. Andrea si è inventato tutto per costringere la sorella a tornare, assente anche ai funerali di famiglia. Il messaggio è forte lo stesso: il padre non ha lasciato alcuna eredità morale ai figli. Una lezione dura quanto quella di Cristian Mungiu in Bacalaureat. Solo che qui, nemmeno i figli si salvano. I due fratelli sono infatti due figure antieroiche e senza riscatto, incapaci di prendere in mano la situazione o di gestire anche solo simbolicamente l’uccisione dei padri. Idioti?
Questa ambivalenza si ritrova anche nella partitura scenica. Lo spettacolo viaggia su due registri molto leggibili: quello più onirico e performativo che trova piena espressione nel gesto e nelle immagini, e quello più realistico e narrativo che prende forma nei dialoghi e nell’uso degli oggetti.
Due sequenze molto riuscite sono senza dubbio quelle legate alle metamorfosi di Adamo. All’inizio dello spettacolo vediamo Marilungo uscire da un cellophane uterino con un rosso cordone ombelicale, alla cui estremità è fissato un microfono. Questo microfono/cordone sarà la sua estensione cognitiva ed empirica, una protesi tattile e percettiva del mondo che userà per esperire sé e gli altri. Una riscrittura scenica della Fenomenologia della Percezione di Maurice Merleau-Ponty.
Altrettanto suggestiva è la lenta trasformazione di Adamo nelle fattezze di un asino, sia nelle movenze del corpo che nella comparsa di orecchie posticce, se non addirittura di una maschera d’asino. L’andatura bipede cede il posto alle quattro zampe, lasciando intravedere interessanti ibridazioni morfologiche uomo-scimmia-asino degne del Codex seraphinianus. Anche Miriam Fieno nei panni dell’eccentrica artista in preda ad un vero e proprio delirio creativo ci regala una sequenza molto energica, dove il senso di sproporzione e l’eccesso riescono attraverso il gesto ad alleggerire e ritmare la narrazione.
Il Paradiso degli idioti è un lavoro interessante e ricco di potenzialità che può migliorare certamente sotto due aspetti. La Ballata dei Lenna ha uno spiccato linguaggio visivo, che fa intravedere la ricerca di un codice espressivo personale e specifico, e di certo da seguire nella sua evoluzione.

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La perenne attesa dei trentenni: al Festival Castel dei Mondi Il paradiso degli idioti  (Paper Street/ Nicola Del Nero)
«Trentenne si riferisce a una famiglia di grossi mammiferi con caratteristiche di maturità, emancipazione e stabilità, estinta da decenni, più o meno con l’entrata in vigore del pacchetto Treu sul lavoro».
Quella che ci offre Zerocalcare è una descrizione impietosa ma, senza generalizzare troppo, veritiera di una categoria che stenta come non mai a trovare una posizione ben definita nell’attuale società. “Bamboccioni”, “choosy”, incoraggiati a procreare, questi trentenni spesso bistrattati sono da tempo al centro dell’attenzione mediatica per la loro inconfutabile propensione all’attesa che spesso coincide con l’estenuante ricerca di quel consenso che gratifichi la propria esistenza.
Come ha ben evidenziato la Trilogia dell’Attesa della compagnia Lafabbrica, ci troviamo di fronte a una generazione beckettiana che, seppur non sia esente da personali colpe, deve molto del proprio perenne “infantilismo” a chi, su questo pianeta, l’ha messa al mondo. E proprio da Adamo (Francesco Marilungo), il padre per antonomasia con (a quanto pare) qualche generazione sulla coscienza, parte Il paradiso degli idioti, ultimo lavoro della Ballata dei Lenna, giovane compagnia alessandrina dal cuore pugliese. La figura biblica, inizialmente spaesata e sola sul palco, è, infatti, l’anello di congiunzione dei due mondi – l’onirico e il reale – in costante dialogo per tutta la durata dello spettacolo.
Nel mondo reale, invece, troviamo due fratelli – Andrea (Nicola Di Chio) e Sonia (Miriam Fieno) – riuniti dopo anni di lontananza per leggere le ultime parole del loro padre ormai morto. Il primo è alle prese con la stesura della sua sceneggiatura Il paradiso degli eroi, una saga in cui una Donna Scimmia (Paola Di Mitri) uccide a colpi di pistola Adamo dando vita a una nuova generazione di eroi. Una ricerca, nella finzione, della speranza smarrita nella realtà ma altresì una condanna, perché quella “maledetta” scimmia proprio non vuole premere il grilletto.
Sua sorella, al contrario, è una cosmopolita artista visiva alla ricerca di un luogo in cui le sue opere di dubbia eticità possano essere valorizzate economicamente. Siamo dunque alle prese con due classici abitanti di quel “fake plastic earth” che a metà degli anni Novanta profetizzavano i Radiohead e che proprio in questo periodo storico sta raggiungendo il suo massimo livello d’espressione.
Una porta di sacchetti di plastica, un divano e la misteriosa lettera penzolante dal soffitto sono gli elementi che compongono una scena in cui i due protagonisti si scoprono sorprendentemente simili nonostante le abissali differenze che caratterizzano il loro modo di stare al mondo. Entrambi, infatti, sveleranno la propria attitudine alla fuga, l’incapacità di prendere realmente in mano una situazione ormai sempre più scomoda, e la vacua rincorsa al dolce gesto o parola paterna mai manifestata in precedenza: uno stimolo o (forse) solo una consolazione incessantemente inseguita e che mai troverà compimento.
Gesto e parola si alternano senza tregua e caratterizzano i due mondi, quello fittizio e reale, ben amalgamati e contaminati dal linguaggio cinematografico. Dalle luci ispirate alle atmosfere di Lynch o dell’ultimo Refn, alle carrellate ottenute tramite spostamenti scenografici a vista, la compagnia dimostra di sapere fondere e utilizzare senza eccessi più registri creativi. Se a questo aggiungiamo indubbie doti di scrittura e interpretative, diventa chiaro che ci troviamo al cospetto di un giovane progetto dalle grandi potenzialità, alcune delle quali, come giusto che sia, non ancora totalmente espresse. Si può migliorare, infatti, il ritmo dello spettacolo, con progressioni e rotture improvvise che in qualche passaggio necessitano di un maggiore equilibrio, piccoli accorgimenti per rendere più fluida l’ora e mezza di durata della messinscena.
La Ballata dei Lenna, dunque, propone una fotografia nera di una generazione che dai propri padri non ha ereditato nulla e proprio per questo ha bisogno di una forte scossa per provare a reagire e riaccendere l’ormai flebile fiamma vitale che li contraddistingue. Altrimenti il rischio è di finire comodamente seduti su un dannato divano di plastica aspettando inermi che lentamente sprofondi.

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“Il paradiso degli idioti”: il dramma familiare specchio della società (Secret Style Magazine)
Un uomo sembra letteralmente “nascere” davanti ai nostri occhi, liberandosi da una “placenta” di cellofan. È in realtà non un figlio ma un padre, il padre: Adamo, ed è il fil rouge de “Il paradiso degli idioti”, portato in scena ieri al TAN – per la rassegna Nomi Cose Teatri – da La Ballata dei Lenna, giovane compagnia alessandrina. La figura biblica, inizialmente disorientata e turbata, unisce la dimensione realistica dello spettacolo a quella onirica, accompagnandoci nel salotto dove si sviluppa l’intera azione. Qui, un fratello e una sorella si ritrovano dopo anni di lontananza per rileggere il testamento morale che il padre ha lasciato loro dopo la sua morte. Andrea (Nicola Di Chio) e Sonia (Miriam Fieno) fanno incontrare e scontrare le loro apparentemente opposte personalità.
Lui è uno scrittore, immaturo e chiuso nelle sue difficoltà sociali, impegnato nella stesura della sua prima sceneggiatura cinematografica, “Il paradiso degli eroi”, progetto di un universo fantascientifico dove Adamo (Francesco Marilungo), padre iniziatore di una generazione di peccatori, verrà ucciso dalla Donna Scimmia (Paola Di Mitri), evento al quale seguirà la nascita di una nuova generazione, appunto, di eroi. Lei è un’artista, viaggiatrice e moderna, che con le sue sculture viventi di essere umani mutilati e chirurgicamente modificati, si fa spazio nel mondo dell’arte contemporanea a discapito di un’etica abilmente sottomessa ad una più compassionevole azione di solidarietà – economicamente soddisfacente – verso chi si sottopone a tali pratiche come unica alternativa al suicidio.
I due si raccontano attraverso intimi dialoghi e parentesi surreali, portando alla luce le proprie debolezze e accusandosi l’un l’altro delle manchevolezze reciproche, cercando una colpa, un peccato originale da espiare in nome di una rinascita personale e, simbolicamente, collettiva.
Tutto risulta sopra le righe e visivamente accattivante, dai toni interpretativi al testo curato ed opulento, fino ai momenti dal sapore lynchiano che le figure di Adamo e della Donna Scimmia ci regalano, accompagnati da un disegno luci psichedelico e suggestivo. Gli innumerevoli spunti psicologici e critici che lo spettacolo offre riescono ad arrivare in platea, camminando tra l’apertura leggermente debole e questo calderone di rimandi al grande schermo che ne ostacolano parzialmente l’assorbimento.
Un “vestito” ben confezionato che vuole lasciare i personaggi nudi solo nell’ultimo confronto, nell’epilogo toccante del dramma familiare rappresentativo della nostra epoca.
Tuttavia il susseguirsi incessante delle parole, delle azioni, degli spostamenti scenici a vista, creano un tumulto che ben riflette il caos e la vacuità di una generazione che disperatamente cerca un segno, quell’appiglio per fermare la voluttuosa discesa verso il nulla. Quell’eredità, che alla fine manca all’appello, che possa finalmente ricostruire il senso passato e dare una nuova direzione al futuro. Ma assente, essa lascia le colpe dei padri e le paure dei figli a rimestarsi in ataviche mancanze, nella stasi di uno scomodo divano che avvolge i protagonisti nel meraviglioso quadro finale.

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Padre nostro che non sei più nei cieli (Casicritici/ Stefano Casi)
Ci sono due figli – un maschio e una femmina –, e poi c’è la memoria di un padre morto da poco, e poi c’è il sogno di un paradiso di eroi, e poi c’è il deserto fatto di idioti che per sopravvivere simulano l’atto generativo del padre. “Il primo Paradiso, Odetta, era quello del padre. / C’era un’alleanza dei sensi, nel figlio / – maschio o femmina –, / dovuta all’adorazione di qualcosa di unico. / E il mondo, intorno, / aveva un lineamento solo: quello del deserto”. Le parole di Teorema di Pasolini sembrano accompagnare Il paradiso degli idioti di La Ballata dei Lenna, giovanissima formazione teatrale che affronta il tema del confronto generazionale costruendo un proprio cupo teorema.
Si parte dal paradiso, perché poi, in fin dei conti, Padre e Paradiso condividono la prima lettera, ma condividono soprattutto il sapore dell’origine (il genitore da cui proveniamo) e del destino (il genitore che siamo chiamati a diventare). Si parte ab ovo, in senso letterale: un grande uovo, un utero celibe di plastica trasparente da cui viene partorito un uomo. Ossia Adamo nel paradiso terrestre. Solo. Non c’è figura femminile né prima né dopo (“c’era un Padre soltanto (non la madre)”: ancora Pasolini). Il cordone ombelicale è il cavo rosso di un microfono che si perde nelle altezze. Altezze divine (così come altri “cordoni”, a cui stanno appesi altri sacchetti-uteri, che formano il fondale). Insomma, Adamo, il primo padre, è a sua volta figlio. Come figlio sbaglia, mangiando la fatidica mela, e quindi come padre è destinato a trasmettere il peccato originale, cioè la condizione di errore. Adamo non ha parola, è solo corpo: l’autorità del padre prescinde dalla parola, sta piuttosto nel suo corpo, che è l’evidenza visibile e tangibile – ancora una volta – del suo essere origine e destino.
Quello del Paradiso degli idioti è un prologo biblico. O meglio, un prologo mitico (e mimico), che allude alla Genesi con la leggerezza e l’impertinenza di una piccola favola morale. Quell’Adamo seminudo, padre bambino, origine fallata e destino fallace, è destinato a ritornare durante tutto lo spettacolo, come un inutile soccombente Spettro del padre di Amleto, presenza ingombrante e assenza ancor più ingombrante. Talvolta ritorna con una testa d’asino: più Shakespeare (il ridicolo Bottom del Sogno) che Apuleio. Chi ha osato sfidare l’albero della conoscenza è condannato a trasformarsi ridicolmente nel simbolo dell’ignoranza. Chi è venuto al mondo come modello perfetto dell’essere umano è destinato a contaminarsi andando sempre più verso lo stato bestiale.
Il nucleo dello spettacolo è invece quello di un classico dialogo da dramma borghese contemporaneo, che vede due fratelli – Andrea e Sonia – ritrovarsi dopo la morte del padre per leggere il suo testamento morale. Andrea è quello rimasto a casa, ad accudire il padre fino agli ultimi istanti, coltivando le ambizioni della scrittura e del cinema e scrivendo una sceneggiatura dal titolo Il paradiso degli eroi. Sonia, invece, vive in Canada, dove fa l’artista contemporanea e pratica una forma estrema di scultura e body art: la creazione di statue viventi, in cui i modelli si fanno alterare il corpo o addirittura mutilare. Sognatore ingenuo (idiota, in senso dostoevskiano) uno, ambiziosa senza scrupoli l’altra. Entrambi defraudati della figura paterna: fisicamente ora, ma forse moralmente da sempre. La questione morale si intreccia con la riflessione sul padre: la morale, in qualche modo, discende dal padre, nel bene o nel male, per imitazione od opposizione, ma comunque – nello spettacolo scritto e diretto da Paola Di Mitri – i due termini sono strettamente connessi. E si proiettano sulla questione artistica.
Creare è un atto generativo, cioè genitoriale, cioè paterno. Figli senza più un padre e non ancora (o forse mai) genitori a loro volta, Andrea e Sonia esprimono la propria paternità con le loro creazioni artistiche. Andrea sente maggiormente il peso della debolezza del padre originario, Sonia ne è fuggita e continua ancora a fuggire (dal Canada in Argentina, inseguendo le indicazioni del mercato o forse soltanto i suoi fantasmi). Come nella famiglia borghese del Teorema pasoliniano, ciascuno dei due reagisce in modo diverso all’abbandono, non quello della morte recente del padre, ma quello più antico: il tradimento originario, cioè la rivelazione della debolezza del padre, della sua ignoranza, della sua inconsistenza, del suo essere figlio maldestro e peccatore, che l’ha fatto cadere dal cielo ideale del paradiso in cui stava. La ferita sta lì, quando scopri che il padre è disceso dal paradiso in cui l’avevi messo e il suo corpo assomiglia tanto al tuo, così debole e inerme, e allora quella “adorazione di qualcosa di unico” di cui parla Pasolini si trasforma nella prima grande disillusione della vita.
Il discorso sulla paternità diventa anche discorso sulla creazione e sull’arte. Ed è ancora una volta senso d’impotenza generazionale. Così Sonia, come Pietro in Teorema, prova a simulare la forza genitrice nella creazione di opere d’arte: cosa ci potrebbe essere di più calzante per sostituirsi al genitore del creare statue viventi per i collezionisti alto-borghesi? Ma i suoi modelli vengono mutilati: è la richiesta del mercato. I ricchi sono disposti ad acquistare una Venere di Milo vivente, e quindi una ragazza disperata prossima al suicidio può ben farsi tagliare le braccia per vedersi contesa nelle ville alla moda, no? L’atto genitoriale scimmiottato dalla figlia è imperfetto, alterato, mercantile, basato sulla sottrazione e l’interesse.
Quello di Andrea, invece, è più banalmente velleitario: la sua creazione (una sceneggiatura brutta e illeggibile) è puramente mentale, onirica. I personaggi che affollano la sua sceneggiatura sono proiezioni del suo desiderio di figlio: ancora Adamo, naturalmente, che Andrea vuole vedere morto con un trasporto decisamente sospetto, e poi una Donna Scimmia che è lo strumento per questo parricidio simbolico per interposta persona. Un pizzico di psicanalisi. Ma anche uno scontro ideologico: la Donna Scimmia (l’evoluzionismo?) contro Adamo (il creazionismo?), ossia il Centauro razionale che sconfigge il Centauro mitico (ancora Pasolini: Medea). E in mezzo il pensiero debole, anzi indebolito, del giovane contemporaneo, dove l’ideologia lascia il posto a un rancore sordo e indefinibile, dove l’impeto ‘naturalmente’ parricida di Edipo assume i tratti di una rabbia generica e indistinta verso un’autorità non più autorevole. Il peccato originale si è trasmesso subdolamente: la mela nel prologo dal padre Adamo rispunta già morsicata nel salotto borghese per essere ulteriormente mangiata dai figli orfani.
Fratello e sorella sono dunque convenuti per leggere il testamento morale del padre. Ma la busta è una bufala, una beffa giocata da Andrea a Sonia. Non c’è niente. Il padre non aveva proprio niente da dire. Senza parole. Puro corpo, come dicevo. Come nelle scene iniziali di Padre e figlio di Sokurov, dove i corpi nudi di padre e figlio si fondono in un amplesso che è al tempo stesso generativo ed erotico, due Adamo in un paradiso che coincide con la relazione puramente fisica che esiste tra di loro. E’ dunque il corpo del padre a riempire con la sua assenza (o la sua presenza simbolica di Adamo seminudo) la scena di questo spettacolo, non la sua parola, che doveva essere contenuta dentro la busta farlocca di un testamento morale necessariamente inesistente. Il corpo. Che nella pratica quotidiana di Sonia significa plasmare i corpi altrui e mutilarli, mentre nella memoria esistenziale di Andrea significa aver accudito il padre malato, avergli letteralmente pulito il culo.
Il padre non ha mai voluto o saputo trasmettere niente se non la sua ingombrante presenza fisica. E poi se n’è andato senza lasciare tracce, lasciando la generazione che l’ha seguito sola e incapace di affrontare la realtà e il sistema, oppure entrando in quella realtà e in quel sistema diventandone spietato ingranaggio attivo. Il senso di abbandono è consumato. Siamo entrati nell’epoca dei figli che non riusciranno ad avere una vita economicamente e socialmente migliore dei padri e che vedono troppe porte chiuse; siamo entrati nell’epoca dei figli che non riusciranno a inventare artisticamente nulla di nuovo rispetto ai padri e che vedono troppe porte chiuse.
“Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo. Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive”: è l’ultima lettera del trentenne udinese Michele Valentini, scritta prima di suicidarsi, e pubblicata lo scorso 7 febbraio sul “Messaggero veneto”. Dov’è finito il paradiso eroico del padre Adamo? O almeno un suo surrogato? “Caro principe, non è facile raggiungere il paradiso in terra, mentre voi a volte sembrate farci affidamento; il paradiso è qualcosa di molto complesso, principe, molto più complesso di quanto possa sembrare al vostro bellissimo cuore”, dice il principe Sc. nell’Idiota di Dostoevskij.
Andrea non ha pensato di suicidarsi, ma di costruire un paradiso in terra, semplice semplice: Il paradiso degli eroi, quello fondato dalla Donna Scimmia dopo l’uccisione di Adamo, dove poter sublimare i propri sogni. Ma gli eroi non esistono e il paradiso non esiste, come ricordano Michele, il principe Sc., tanti altri e perfino la sorella Sonia. Ad Andrea spetta, allora, solo Il paradiso degli idioti. “Sono dunque due i Paradisi che noi abbiamo perduto!” (ancora Pasolini): il primo, radicato nel prologo mitico-biblico dello spettacolo, è il paradiso dove il padre ha rivelato la sua debolezza di figlio immaturo, rinunciando al cielo ideale; il secondo, sviluppato nel dramma familiare, è il paradiso degli eroi vagheggiato da un ragazzo impotente e rivelatosi infine solo un paradiso degli idioti.
Cosa resterà ai ragazzi nati negli ultimi anni del secolo scorso? Forse, solo una Donna Scimmia, che spara infine non ad Adamo, ma ai suoi figli, e colpisce il divano simbolo del salotto borghese dei nostri tempi, in cui affondano moralmente i giovani d’oggi, schiacciati dal karma dei loro padri deboli? Magari mentre stanno guardando la tivù? “L’evoluzione inciampa / La scimmia nuda balla / Occidentali’s Karma”, canta il giovane Francesco Gabbani a fianco di uno scimmione danzante, mentre vince il Festival di Sanremo, due giorni fa.