0 Flares 0 Flares ×

.


DICONO DI NOI/ RASSEGNA STAMPA

HUMAN ANIMAL AL PICCOLO TEATRO GRASSI DI MILANO (Modulazioni Temporali/ Marianna Zitto)
Il 16 settembre a Tramedautore al Piccolo Teatro Grassi una grande domanda: Cosa vuol dire essere umani. Uno spunto: “Il re pallido”, l’ultimo libro, pubblicato postumo, di David Foster Wallace. E si parte. Gli attori-autori Nicola DI Chio, Paola Di Mitri e Miriam Fieno, con “Human Animal”, ci accompagnano in un viaggio dal tono documentaristico nelle vite di tre impiegati “qualunque” dell’agenzia delle entrate.
In uno schermo a centro palco vediamo proiettati momenti di vita quotidiana e segreti dell’ufficio, ricostruito in una specie di set dietro lo schermo stesso. Un’alluvione ha rovinato dei documenti e gli impiegati tentano di recuperarli, si alternano nel ruolo di cameraman e a turno abbandonano la bidimensionalità dello schermo per presentarsi e monologare in proscenio, per poi nascondersi di nuovo. Veniamo mitragliati da una lista di nomi, dal sapore plautino, di persone la cui unica occupazione è, inesorabilmente, girare fogli. La loro vita è scandita dal coro di fogli che vengono girati in eterno. La tematica della noia sembra essere il tavolo da gioco in cui i personaggi con i loro sogni infranti e frustrazioni incontrano gli attori, che dichiarano schiettamente di non voler annoiare il pubblico. E rompono la convenzione. Portano via lo schermo, “licenziano” i personaggi; si accendono le luci in sala e ragionano insieme al pubblico. E si fanno la didascalia, con gestualità e dizione approssimative proclamano che ogni essere umano è unico, ma che gli individui dell’era moderna condividono, in fondo uguali nevrosi e fragilità. Allora si può tornare a giocare con la finzione. Un personaggio, un impiegato pugliese, diventa una sorta di bambolina voodoo che dà modo agli attori di spillare ragionamenti ed esperimenti e al pubblico di identificarsi e interrogarsi. L’umanità può evitare l’alienazione di fronte a vent’anni di lavoro identico a se stesso? Cosa fa una persona quando la sua vita non è nient’altro che questo? Fugge? Si ferma in città a guardare le vetrine? O va a coltivare il suo sogno ormai infranto di essere un tennista professionista? Oppure ancora torna a casa, dalla sua amata famiglia, di cui parla in continuazione, a guardare un documentario sugli scimpanzé? L’unica soluzione sembra sia abbandonare tutto. Tutto. L’ufficio, le pratiche, la noia, il rituale pigro del caffè a metà mattina. E viaggiare. Ma ben presto l’impiegato pugliese scopre la fallacia della propria scelta, quando si accorge di provare nostalgia per quel caffè. Dunque, cosa inventarsi ancora? Quando né i personaggi né gli attori hanno più idee, si ritorna alla citazione.
L’idea di David Foster Wallace in “Il Re Pallido”, viene enunciata, e non si cerca più di metterla in pratica. Vengono proiettate le sue ultime parole. Risalgono al 2008. Lo scrittore, con la sua bandana, parla al pubblico prima di suicidarsi. Così anche lo spettacolo si suicida, lasciando spazio solo agli applausi di un pubblico che, almeno lui, non si è annoiato.

.

A Tramedautore 18 con Human Animal i Lenna diventano adulti (Krapp’s Last Post/ Mario Bianchi)
La compagnia torinese, con radici pugliesi, La Ballata dei Lenna (al secolo Nicola Di Chio, Miriam Fieno e Paola Di Mitri che cura la drammaturgia) ha invece presentato “Human Animal”, suo quinto spettacolo, il più compiuto.
Il teatro sempre è stato e sempre sarà un viaggio alla ricerca dell’essere umano: “Human Animal” è un viaggio letterario-antropologico su cosa vuole dire veramente essere “animali umani”. Traendo spunto dal romanzo incompiuto di David Foster Wallace “Il re pallido”, La Ballata dei Lenna si mette alla prova con una storia che entra nella vita di tre esseri umani qualsiasi, tre impiegati americani dell’agenzia delle entrate.
Nicola Di Chio, Paola Di Mitri e Miriam Fieno agiscono dietro uno schermo su cui vengono proiettate immagini in presa diretta attraverso una videocamera, manipolata a turno dai tre interpreti.
Lo spettacolo moltiplica in modo intelligente e simbolico i piani narrativi, presentando sia i personaggi di Wallace, sia tre comuni omologhi italiani, e di contrappasso l’essere umano come interprete di una realtà sempre uguale, composta da ritmi lavorativi noiosamente simili, contrassegnati da relazioni personali spesso difficili.
Lo spettatore diviene, come lo stesso Wallace, una specie di voyeur della realtà, di una realtà, nel suo ripetersi consunta dalla noia; e non per niente Wallace si suicidò con la pretesa di diventare inannoiabile.
Nell’ultima sezione dello spettacolo i tre attori, che si fanno sempre più presenti sul palcoscenico, colloquiano in presa diretta con il pubblico, giocando con lui, ed evidenziando i pensieri che il 12 settembre del 2008 spinsero alla morte lo scrittore.
A nostro avviso lo spettacolo rappresenta la creazione più compiuta del gruppo torinese, che ora può considerarsi non più giovane promessa del teatro italiano, ma finalmente una compagine “adulta”.

.

Festival e spettacoli nella rete di fine estate: Human Animal al Castel dei Mondi (Gli Stati Generali/Andrea Porcheddu)
Interessante è Human Animal, il lavoro de La Ballata dei Lenna, ovvero Nicola Di Chio, Paola Di Mitri, Miriam Fieno, trio pugliese in gran crescita. Partono da un’idea molto intrigante: Human Animal è un viaggio letterario-antropologico su cosa possa voler dire essere umani. A far da bussola è l’ultimo libro di David Foster Wallace, Il re pallido. Il gruppo segue le tracce del racconto, ne reimpianta la storia che indaga sulle vite non illustri di tre impiegati qualsiasi dell’agenzia delle entrate.
Dopo aver visto – in una dinamica che moltiplica i piani narrativi usando il video e la ripresa in diretta, come oggi è tornato di moda fare – le vicende umane e professionali dei tre impiegati, svelandone meschinità e ambizioni, lo spettacolo prende una piega interessante. La ballata dei Lenna, infatti, prova ad applicare il metodo di indagine di Wallace a una realtà più vicina, andando a seguire l’esistenza (è realtà? È finzione?) di tre impiegati italiani, la loro giornata scandita da tempi e ritmi di lavoro. Qui si potrebbe aprire un mondo, e in effetti si avverte uno spiraglio di grande intensità: chiamando in causa anche con il pubblico, cui all’ingresso era stato dato il fatidico numerino taglia-fila, i tre attori danno voce a disagi profondi, a malesseri condivisi, a irrisolutezze eterne nel rapporto tra contribuente e impiegato, tra economia e umanità, tra sopravvivenza e esistenza. In epoca di crisi e di Equitalia, cosa vuol dire vivere? Chi sono, oggi, gli esseri umani? Su simili domande, lo spettacolo potrebbe dare la zampata finale, assestare il colpo dolente e doloroso, e invece La ballata dei Lenna sceglie di tornare sulla vita di David Foster Wallace, aprendo a una sorta di commossa apologia dello scrittore americano. Certo, è stato un gigante (e viene voglia di rileggerlo o leggerlo) ma focalizzandosi sulla scelta tragica di togliersi la vita dello scrittore, emblema di chi non ce l’ha fatta nonostante il “successo”, i tre attori/autori sterzano su un ulteriore piano narrativo che, almeno per me, giova poco allo spettacolo, facendo passare in secondo piano il bel lavoro fatto sino a quel momento. Human Animal, però, ha una sua forza, una sua inquieta febbre: crescerà.

.

.L’eterna ambiguità dell’essere umano ( Paper Street/Nicola Del Nero)
Di spunti ne offre molti l’ultimo lavoro della Ballata dei Lenna – Human Animal –, un percorso antropologico e interdisciplinare che, partendo dal concetto di noia, ci mostra le fragilità e i paradossi del nostro stare al mondo. L’impianto narrativo e di indagine ha come modello Il re pallido, l’ultimo romanzo di David Foster Wallace, osannato scrittore che nelle sue pagine incompiute scava nelle noiosissime ma comunque epiche vite di un gruppo di impiegati dell’agenzia tributaria statunitense.
L’avvio ha tutte le sembianze del mockumentary: gli attori (Nicola Di Chio, Paola Di Mitri e Miriam Fieno) – tre normalissimi impiegati italiani – agiscono dietro uno schermo da cui vengono proiettate le immagini in presa diretta che gli stessi tre girano in piano-sequenza. La videocamera, manipolata a turno, indugia sui primi piani, sui dettagli e sulle soggettive dei personaggi, scandendo i loro ritmi quotidiani di lavoro, le loro relazioni personali e ambizioni, portando il pubblico a filtrare, da posizione privilegiata, la nascosta umanità celata dietro un comune posto di lavoro.
Lo spettatore si ritrova dunque ad assistere a uno spaccato della nostra quotidianità, necessariamente artefatto da una drammaturgia e da un mirato utilizzo dell’inquadratura da parte degli autori ma altresì condiviso e aderente a una realtà che si palesa in tutta la sua nuda schiettezza quando la compagnia irrompe finalmente in scena e, chiamando in causa anche il pubblico, ne mette in luce tutta la sua bizzarra illogicità. Ecco dunque apparire l’essere umano in tutta la sua imperfezione, costretto a muoversi in quella giungla chiamata vita tra la routine quotidiana e il desiderio di evasione, tra la noia e la costante e spesso infruttuosa ricerca dell’eterno appagamento personale.
Ambizioni e malesseri di cui lo stesso Wallace – evocato nell’ultima parte dello spettacolo – diventa inconscio osservatore. Ma proprio questo gioco di specchi non riesce, a nostro avviso, a continuare il discorso fin lì molto stimolante con la stessa densità e qualità di contenuti, rischiando di diventare un’appendice commemorativa che riduce, invece di accrescere, una curiosità nei confronti di uno dei maggiori scrittori della nostra epoca.

.

Da David Foster Wallace al real-movie teatrale per restare umani (Andria.news24.City/Lidia Bucci)
Il discernimento tra ciò che è e ciò che appare, tra la realtà mediata e la verità, tra la fiction e la vita vera è terreno fertile da sempre per le arti, dalla letteratura, al cinema, al teatro. Nel gioco attoriale dell’attraversamento della quarta parete che si fa sempre più invisibile, si condensa tutto il significato e la ricerca di una verità fuori dagli schemi e dagli schermi. Ricerca che mai come in questi tempi di trionfo di media, social e condivisioni diventa urgente e quasi necessaria.
In Human animal, ultimo lavoro de La Ballata dei Lenna, andato in scena mercoledì 6 settembre in programmazione nella rassegna della XXI edizione del Festival Castel dei Mondi, l’invisibile quarta parete della scena ne nasconde un’altra in bella vista, un pannello sul quale viene proiettata una realtà apparecchiata dietro le quinte e mediata da una telecamerina controllata dagli attori.
Human animal è un esperimento di teatro cinematografico girato dal vivo, in presa diretta e in soggettiva. Inquadrature instabili, dettagli, primi piani, raccontano la vita di tre impiegati di un ufficio dell’agenzia delle entrate, per raccontare quella di “uno degli scrittori più influenti e innovativi degli ultimi 20 anni” David Foster Wallace, che racconta di tutti noi umani.
Una finzione per riferire i fatti veri. Un giro largo per raggiungere la soluzione all’equazione del vivere che diventa consapevolezza dell’impossibilità a sottrarsi a certi meccanismi e quindi traguardo finale, viaggio senza ritorno.
Sapere cosa è la realtà, cosa è vero o cosa non lo è, cosa ha significato e cosa non lo ha, essere liberi di pensare, di saper distinguere ciò per cui vale la pena vivere, sottraendosi al flusso ripetitivo della routine e di una corsa alla perfezione impostaci dall’esterno, è un processo di conoscenza che non ha nulla a che fare con la morale, con la religione o con il dogma ma che riguarda la consapevolezza di cosa è reale, essenziale, in piena vista davanti a noi anche se ben nascosto. In pochissime parole capire davvero cosa vuol dire essere umani e imparare a saper restare umani, nonostante tutto, nonostante la noia.
Diventare inannoiabili, questo è il trucco per riuscire a trovare un equilibrio stabile tra vittoria e fallimento. Vedere oltre, vedere dietro, allenarsi a cercare il colore nascosto delle cose.
Paola Di Mitri, Miriam Fieno e Nicola Di Chio de La Ballata dei Lenna intrecciano per la scena una pluralità di linguaggi artistici e visivi per accompagnare il pubblico alla scoperta del realismo isterico di David Foster Wallace, dei suoi personaggi maniacali e della sua ricerca del deserto “un luogo da temere e amare. Un luogo selvaggio. Qualcosa che ci rammenti contro cosa abbiamo lottato e vinto.” Quel luogo in cui riscoprirsi animali umani, in cui poter essere umani e restarci, umani.

.

Human Animal (la Repubblica.it/ Gilda Camero)
Cinematograficamente viene subito in mente The Truman show il film di Peter Weir in cui Jim Carrey viene filmato continuamente e la sua vita oscilla tra realtà e finzione, tra essere e non essere di shakespeariana memoria. Su un meccanismo teatrale simile è costruito Human animal lo spettacolo della compagnia La ballata dei Lenna, scritto da Paola Di Mitri, che lo dirige e interpreta con Nicola Di Chio e Miriam Fieno. Lo spettacolo (ha vinto il Bando Hangar Creatività) è stato ispirato da Il re pallido, ultimo romanzo pubblicato postumo dell’autore americano contemporaneo David Foster Wallace, in cui si descrive l’eroica quotidianità di un gruppo di funzionari dell’Agenzia delle entrate di una cittadina di provincia negli Usa, con l’intento di indagare la noia, e la capacità e incapacità dell’essere umano di saper sopravvivere alla burocrazia.

.

Human animal: restare umani scrutando la finta realtà (Odysseo/ Miky Di Corato)
Uno schermo fra due mondi, due modi distinti di guardare un’unica realtà: La Ballata dei Lenna torna al Festival Internazionale Castel dei Mondi con lo spettacolo “Human Animal”, ossimoro teatrale di due termini che uniscono due antipodi divisi da un muro, una porta, quella che separa un ufficio, in cui lavorano tre dipendenti dell’Agenzia delle Entrate, da una sala d’aspetto gremita fino all’ultimo ordine di posto.
Un muro ideale, dicevamo, uno schermo fra due mondi, due modi distinti di guardare un’unica realtà, quella dei faldoni burocratici di un servizio pubblico, una realtà mascherata di inadempienza ma che, scrutata meglio, lascia intravedere spiragli di umanità, limiti alienati ed alienanti di chi svolge il proprio lavoro, come un sovrano nel suo regno, alla stregua de “Il re pallido” di David Foster Wallace, uno spettacolo dove il pubblico è giudice e imputato al tempo stesso, dove l’oggettività si isola dai concetti assoluti di vero e falso, dove l’incedere dei minuti scandisce i rapporti destabilizzandoli e incastrando tra le lancette la sublimità di una nuova arte visiva.

.

Human Animal de La Ballata dei Lenna a Contemporanei Scenari: l’orgoglio di un piccolo festival (PAC/ Laura Bevione)
Un manifesto sull’impossibilità della felicità che, in qualche modo, viene “aggiornato” da Human Animal de La Ballata dei Lenna: lo spettacolo, ispirato a Il re pallido, l’opera incompiuta di David Foster Wallace, aveva debuttato a giugno nell’ambito del Festival delle Colline Torinesi e, dopo quelle prime repliche, è stato accuratamente anatomizzato dalla stessa compagnia – Nicola Di Chio, Paola Di Mitri e Miriam Fieno – così da conquistare ora maggiori compattezza ed efficacia. Un ironico e disincantato interrogativo sulla specificità dell’essere umano che sa di non poter trovare una risposta convincente.

.

Human Animal al Festival delle Colline Torinesi (TeatroDamsTorino)
Debutta a Torino, all’interno del Festival delle Colline Torinesi, lo spettacolo della compagnia La Ballata dei Lenna, risultato del progetto vincitore di Hangar Creatività.
“Human Animal. Se sei immune alla noia non c’è niente che tu non possa fare.” è il suo titolo. L’autore contemporaneo americano David Foster Wallace -e in particolare “Il re Pallido”, suo ultimo libro lasciato incompiuto-, è invece la fonte ispiratrice dalla quale Paola di Mitri decide di partire per la scrittura dello spettacolo. Un romanzo che affronta in particolar modo i temi della noia della quotidianità e dell’angoscia esistenziale che attanagliano l’uomo, oggi più che mai.
Se Wallace descrive la vita di un gruppo di funzionari della IRS (agenzia tributaria statunitense), e nello specifico la necessità di elaborare ed affrontare nel migliore dei modi la tediosità del loro lavoro, Paola Di Mitri trasporta la vicenda in Italia, concentrandosi sugli impiegati dell’agenzia delle entrate. Con alcuni di loro gli attori trascorrono un primo momento di ricerca, durante il quale raccolgono informazioni, suggestioni, pensieri, gesti e nevrosi, per poi passare ad una seconda fase di selezione e rielaborazione. Costruiscono a questo punto i tre personaggi cardine dello spettacolo – a tratti al di là e al di qua dello schermo in un’alternanza che integra e consegna talvolta personaggi cinematografici, talvolta teatrali -, all’interno di una performance che lascia ampio spazio –come d’altronde richiesto da Hangar- all’utilizzo delle nuove tecnologie, nonché ad una particolarissima interdisciplinarità.
La scenografia è scarna ed essenziale. Il palcoscenico non c’è. Di fronte al pubblico soltanto un piccolo spazio vuoto interrotto da uno schermo, dietro al quale talvolta si nascondono gli attori. Questi ultimi, infatti, in alcuni punti completano, danno voce e corpo al filmato, che s’interrompe, che continua muto, che lascia fuori campo un personaggio ora di fronte al pubblico, in carne ed ossa. Gli attori poi -bisogna precisare- non sono soltanto dei semplici attori, ma dei performer. Si dimenano sulle note di Je t’aime… moi non plus (Serge Gainsbourg e Jane Birkin) e cantano, oltre a recitare, per spogliarsi infine anche della loro maschera d’attore. O forse per svelarne un’altra, liberandosi ad ogni modo dal personaggio fino a quel momento interpretato.
La performance si divide infatti in due parti: durante l’ultima mezz’ora tutti si spostano nella sala accanto. Qui, su di una pedana, gli attori -pur continuando a recitare- hanno un colloquio diretto con il pubblico, che si vede (con grande timore) chiamato in causa. Giocano con gli spettatori, che – a questo punto- contribuiscono attivamente alla costruzione del senso dell’opera. Come fosse uno sguardo in macchina, quindi, i tre performer sono ora portatori dei pesanti pensieri dell’autore. Quei pensieri che, il 12 settembre dell’anno 2008, probabilmente lo spinsero al suicidio. Scelgono di dare voce e forma alle sue ultime parole, completando la parte mancante di quel libro, lasciato da Wallace -come già detto- inconcluso. E decidono di fare del finale un’esortazione alla vita. Un incitamento che ha come obiettivo quello di risvegliare ciascuno da quella condizione di assopimento e alienazione di cui troppo spesso oggi l’uomo è vittima.. ormai, purtroppo, senza più accorgersene. Cercano di far capire che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà piú. Che ci stiamo dimenticando dei veri valori, e del significato della bellezza, quella autentica. “Il mondo così com’è oggi è una burocrazia” scrive Wallace. Viviamo in un mondo troppo complicato. E’ vero. Ma ciò non può impedire (per lo meno non del tutto) di essere felici. Di vivere davvero. Di lasciarsi scompigliare e spettinare dalla vita, senza che questa si limiti a passarci sopra. O di fianco. Di riuscire ad intravedere quella meraviglia con cui un tempo eravamo capaci di vivere. Sarà forse più difficile, ma non impossibile. E il loro compito, oggi, è quello di darci un po’ più di coraggio. Di darci un piccolo spintone in avanti, per avvicinarci alla vita. Quella vera.

.

About Human Animal (Irina Wolf)
The performance combines in an original way different kinds of media (narration, film projection, live-camera filming). The beginning is of great effect. The special „tracking” of the pages of the book induces a misterious manner, like a kind of detective story would follow. And accomplishing the finish in the same way gives the sensation of an organic whole, a unified piece. Distributing cards with numbers at the entrance is another nice idea. It also creates a kind of suspense, as the spectator is preoccupied with what will follow.
Personally, I had some problems with following the text during the first part (my Italian still isn’t good enough, but the acoustic of the room was also poor), especially as the text is spoken in parallel with projecting the images filmed with the live-camera. And I think this will be a problem with presenting the performance in a foreign country. Because there you have to offer surtitles, i.e. the translation of the spoken text to the audience. So the spectator has to decide if he reads the text or if he watches the images on the screen. This may result in a frustrating experience. So perhaps some changes are needed, in order to make the show more appealing to a non-Italian-speaking audience.
Another inconvenience which may arise in trying to programme the performance in a foreign country is using two different rooms for the two parts. But I understand that this matter is now in the process of being solved.
However, the second part is a welcome help – although it doesn’t solve the problem – for the above inconvenience (text spoken in parallel with image projection), because it explains the „making of“ shown in the first part. I enjoyed very much the second part, the explanations, the „improvisation“ and, as already mentioned above, the end, although I felt this second part to be a little too long. In my opinion, the show would gain if it would be shorter by 10 minutes. But this was only my personal feeling, probably also because we were in a hurry to leave for the next show and couldn’t indulge in savouring the finish.
The acting performance of the group La Ballata del Lenna, as a whole, was very good, especially considering the young age of its members. I definitely consider Human Animal to be a successful “experimental adaptation” of David Foster Wallace’s novel “The Pale King”

.

Foster Wallace alla Scuola Holden (TeatriOnline)
La Ballata dei Lenna si presenta al Festival delle Colline con un lavoro che prende spunto dall’ultimo romanzo di David Foster Wallace, “Il re pallido”, per parlare della noia, dei meccanismi alienanti, dei contorni sfrangiati delle vuote vite dei funzionari delle Agenzie delle Entrate. E così siamo accolti alla Holden con un numero e la possibilità di sederci dove vogliamo in uno spazio laterale della sala teatrale della nota manifattura di scrittura torinese. Uno schermo bianco, un esiguo spazio avanti ad esso, due stativi sormontati da sagomatori. Parte un video sulla superficie chiara, un lungo video accompagnato da un audio che ci spiega la ricerca effettuata: la compagnia ha seguito tre funzionari delle Agenzie delle Entrate e ne ha riassunto le grigie esistenze in una sorta di spettacolo nello spettacolo in cui vengono presentati i personaggi e rappresentate le loro interazioni sociali, sterili e minimizzate. C’è una sottile vena ironica che accompagna lo scorrere del tempo. Tutto si svolge sullo schermo, in presa diretta, dietro ad essa, nascosti gli attori realizzano lunghi piani sequenza, facendoci seguire ciò che la telecamera vede là dietro. Rarissimamente appaiono in carne ed ossa, una volta interagendo fra davanti e dietro il telo; l’ultima sortita è realizzata da tutti e tre per recitare intorno ad un tavolino le battute di un testo in lettura, la noia del lavoro in ufficio, pagine girate e pratiche accatastate: in un climax in crescendo di velocità. Conclude questa sezione un cortometraggio che ritrae le vite dei veri funzionari. Le luci si accendono, ci fanno spostare nell’altra sala dove ci pregano di sederci alla poltroncina indicata dal numero consegnato all’ingresso. Ora sono gli attori a parlarci, non più i personaggi. Spiegano perchè hanno realizzato quello spettacolo, perchè David Foster Wallace: la noia, il tema. Farla vivere agli spettatori può essere una via per la ricerca?
Un lavoro con appuntamenti e idee interessanti.

.

Human Animal tra identità e ruolo sociale al Festival delle Colline di Torino 2017 (PAC Paneacquaculture)
Human Animal della compagnia La Ballata dei Lenna, si discosta dal tema annunciato del festival, la donna non è protagonista, lo è l’identità, oppure il ruolo sociale, se si preferisce una lettura politica. Lo spettacolo, rappresentato negli spazi della Scuola Holden, prende corpo dall’ultimo romanzo incompiuto di David Foster Wallace “Il re pallido” e porta in scena, con un supporto cross-mediale, la vita, da un lato, e il confronto con una calamità imprevista dall’altro, di tre giovani impiegati dell’agenzia dell’entrate italiana. La prima parte dello spettacolo si svolge (quasi) tutta dietro le quinte. In scena ci viene riportato ciò che accade grazie alla proiezione diretta di quel che la telecamera riprende al riparo dalla nostra vista. L’afflato documentaristico, che indaga oppressivamente con la telecamera primi piani e particolari senza mai far prendere respiro all’inquadratura, si scontra con la surrealtà della situazione rappresentata. Lo spettacolo però non si conclude con le azioni e le parole dei tre impiegati, ma rivela una sorpresa. Gli attori infatti fanno accomodare gli spettatori su una nuova platea e riprendono la recita su un nuovo palco: ora interpretano se stessi, o per lo meno se stessi come attori, narrandoci in prima persona, sempre in sospeso tra surreale e comicità, il senso e la genesi dello spettacolo, il loro personale Foster Wallace. Questo meta-spettacolo si rivela interessante e stimolante. Il lavoro di costruzione dei personaggi è evidente e la loro messa in scena è convincente.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *