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DICONO DI NOI\ RASSEGNA STAMPA

Una storia surreale e concreta quella dei La Ballata dei Lenna (Sistema Teatro Torino/ Maura Sesia)
È una gradita sorpresa l’incontro con una compagnia autenticamente giovane che faccia teatro schietto. Miriam Fieno, Paola Di Mitri, Nicola Di Chio sono La Ballata dei Lenna; si sono formati come attori e hanno un prezioso progetto comune che partorisce spettacoli originali e sorprendenti, come Cantare all’amore. È la seconda produzione, segue La protesta e continua nel medesimo solco creativo: l’idea, l’elaborazione e la stesura del testo sono a sei mani ed è condivisa anche la messinscena. I Lenna sviscerano temi semplici enucleandone sfaccettature inconsuete. Questo amore è pregno di mestizia. Questa storia è surreale e concreta, è ben scritta ed altrettanto recitata, si avvale di una scenografia poverissima e soprattutto screziata di fasci luminosi, evidenzia la pochezza del contratto matrimoniale in termini di sentimenti e passioni. Ci si sposa per salire la scala sociale (e forse non a caso i Lenna usano, come oggetti di scena, tre scalette). Ci si sposa perché “finché sono giovane e bella”. Ci si sposa per non restare lì. E però poi qualcosa scardina il disegno e alla fidanzata si incrina l’immaginazione, mentre gli altri due personaggi si avvicinano; si innamorano? Il trio è composto da il Brutto, la Brutta e la Bella. È quest’ultima l’imminente moglie di un parlamentare. Il Brutto è un sarto, chiamato a sistemare l’abito vintage per la cerimonia; la Brutta è la sorella della Bella; i due simili fraternizzano; non sono poi così sgraziati, si conoscono, si frequentano, danzano rapiti, poi qualcosa non va ma sono comunque entrambi usciti dal guscio dei luoghi comuni, hanno vissuto, avranno un passato ad insufflare il presente; e la Bella? Non sa. È scoperta la sua ambizione, ma forse anche senza questo disvelamento, da parte dell’arcigna ed assente futura suocera, il meccanismo si sarebbe inceppato; ad un tratto canticchia come un carillon frammenti di canzoni celebri esprimendo il vuoto totale di sé e dei suoi simili. Il finale è aperto; forse davvero non si marita. Che bellezza.
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Cantare all’amore. (Teatroteatro.it\ Roberto Canavesi)
Chi nella vita non ha pianto o sofferto per amore, gioito o sperato in una telefonata, imprecato o maledetto il giorno in cui ha ceduto ad un corteggiamento. L’amore, da sempre croce e delizia dell’animo umano, è sì il più nobile dei sentimenti, ma anche pretesto per piccoli o grandi drammi privati. E’ quindi così difficile amare? E, soprattutto, che cos’è oggi l’amore? Interrogativi cui La Ballata dei Lenna cerca di dare risposta con il suo Cantare all’amore, grottesca favola dei giorni nostri velata da malinconia ed umorismo. Quanto sono tremendamente reali lei, lui e l’altra, due sorelle e un sarto protagonisti di un racconto alimentato da passioni private e sentimenti collettivi. Lei è “la bella”, ragazza tutta perfettina e prossima al matrimonio con un rampante politico; lui è il sarto, “il brutto” con tanto di gobba ed occhiali spessi, intento a rifinirle l’abito, a ricercare scarpe adatte e giusta acconciatura; l’altra è “la brutta”, sorella della sposa abituata a vestire in pigiama che in quell’uomo scopre, non senza paura, l’esistenza dell’amore. Tre universi paralleli destinati a non incontrarsi, forse solo a sfiorarsi, in uno spietato affresco di angosce collettive: e se all’apparenza nulla succede, tranne che un disperato tentativo di vivere il presente come affannosa ricerca dell’amore, e quindi della propria identità, le parole di Nicola Di Chio, Paola Di Mitri e Miriam Fieno pesano come macigni nel loro intercalarsi, tra il serio ed il faceto, ad un citazionismo che a tratti ricorda Franco Battiato. In uno spazio scenico vuoto e senza orpelli, costretti quindi a mostrarsi “nudi” nella loro espressività attoriale, Nicola, Paola e Miriam confermano quanto già intravisto nel precedente lavoro La protesta, regalando un’altra spiazzante storia che, con un finale provocatoriamente aperto, costringe a guardarsi dentro, suscitando amarezza ed inquietudine. E di questi tempi, non è poco…
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Cantare all’amore,la ricerca di un sentimento impossibile. (Teatroteatro.it)
Cantare all’amore, creazione firmata da Nicola Di Chio, Paola Di Mitri e Miriam Fieno, alias La ballata dei Lenna, rievoca un’interpretazione contemporanea di Aspettando Godot di Samuel Beckett, con qualche spunto da Giorni Felici. Invece di Vladimiro ed Estragone, eterni straccioni intenti in un dialogo svuotato di significato, questa volta sulla scena compaiono tre personaggi: un sarto e due sorelle, il brutto, la brutta e la bella, uniti dalla circostanza di un matrimonio imminente, unico avvenimento in grado di risollevarli da una vita priva di importanza e di introdurli al sentimento amoroso. La ricerca a cui i tre sono obbligati, senza peraltro saper bene cosa stanno facendo, li conduce ad immergersi in un mare di illusioni: quando pensano di aver afferrato l’amore senza possibilità di lasciarselo scappare, eccolo scivolare via e ciò che ne rimane sono solo cose perse e spaiate, oggetti inutili come quelli che affollano la borsetta della beckettiana Winnie, immersa fino alla testa in un cumulo di sabbia. Cantare all’amore nasce dall’idea di un tempo vittima della precarietà, in cui il sentimento amoroso sembra fuori posto: “il tempo utile è valutato solo attraverso l’impegno lavorativo, e tutto il tempo che ne rimane è un tempo perso che bisogna sopprimere”. La ballata dei Lenna si è mischiata fra la gente e ne ha assorbito i racconti, alcuni tristi, altri a lieto fine, in modo da gettare la luce su una zona buia e indifferente e riportare in superficie l’importanza del sentimento più discusso di tutti i tempi. (Teatroteatro.it)
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‘CANTARE ALL’AMORE’, debutto regionale della Ballata dei Lenna. (Festival Castel dei Mondi)
Cos’è l’amore? Come raccontarlo in un momento storico in cui predominano preoccupazioni e problemi di sopravvivenza? Domanda ardua, dunque, a cui è difficile dare una risposta univoca. L’amore è un sentimento e come tale ha un tratto personale ed intimo. L’amore è esperienza di vita la cui definizione sfugge se si tenta di descriverlo in modo teorico. E diventa ancora più complicato in un contesto storico di crisi come questo: non c’è tempo per l’amore, non c’è la testa per amare, dobbiamo pensare a lavorare, a portare i soldi a casa, a sistemarci. Importante ovvio, ma tutto ciò non esclude la preziosità dell’Amore e la sua assoluta non banalità. Troppo semplice smettere di Amare, o di esprimere l’Amore; un gesto, uno sguardo, una carezza, una parola, sono tutte cose che la velocità del nostri tempi ha quasi annientato. Così anche l’Amore è andato in crisi. Cantare all’amore è un modo di mostrare questo sentimento, perché in questo momento abbiamo bisogno di mostrarlo. Il tema dell’amore è alla base della vita di tutti. Oggi però ci sono altri aspetti dell’esistenza impostici dalla società che hanno preso il sopravvento come il lavoro. Ma nelle grandi opere così come in tutte le storie, l’amore è ciò su cui tutto si basa. L’unico sentimento che renda degna questa vita.
Piccola storia delle carezze. (Il Pickwick/ Alessandro Toppi)
“Cosa le ha detto sua sorella?”.
“Mi ha spiegato come vanno le cose”.
“Lei ci ha creduto?”.
“Mi ha detto che vanno così”.
“E non possono andare diversamente?”. “No”.
“È così che vanno le cose? È così che la pensa lei? Abbiamo scherzato. Poi sono arrivate le cose importanti ed è finito il tempo delle carezze”.
È quando l’opera sta per finire che ne comprendiamo il significato profondo: Cantare all’Amore è una piccola storia delle carezze ovvero è una piccola storia della gentilezza e della miseria, dell’educazione e della fragilità, della tenerezza e della povertà; è una piccola storia composta da tremori minuscoli ed abbracci improvvisi, da incroci di sguardi e battute accennate, da attese e controattese, sogni e speranze, desideri e rimandi, imbarazzi e silenzi e che – di tutto questo minimo caldo e vitale – riesce a fare allusione, parlando così di qualcosa di più grande: della sconfitta inevitabile di chi è dalla parte del giusto; della pena che tocca a chi si attende il riconoscimento che merita; dell’onestà che subisce l’onta della vergogna; del sacrificio come atto d’amore che non ha risposte adeguate; dell’arroganza che schiaccia i meno furbi, tacciandoli di debolezza; dell’assenza di felicità che tocca a chi nasce già privo di promesse, di speranze e di mezzi. Mettendo in scena una trama-pretesto quest’opera, così giovane da sembrare quasi acerba, assomma: una vicenda che funge da metafora; qualche artigianeria sviluppata con adeguato mestiere; caratterizzazioni che fungono da evidenziazione simbolica e capacità nello sviluppare il gioco dei rimandi e delle intuizioni, generando il piacere di seguire, con gli occhi sgranati, la vita delle figure poste sul palco, senza mai dimenticare che queste stesse figure sono un’invenzione, un accorgimento della fantasia, un’apparenza momentanea. Tre personaggi. Il primo: Lei, la sorella maggiore, bellissima di una bellezza che è pura fortuna: “Una serie di nonne e di mamme che, nel corso dei secoli, partorisce il prodotto perfetto”. Occhi chiari, pelle liscia, schiena levigata; ventre piatto, glutei sodi, gambe dritte e denti smaltati, capelli soffici, dita affusolate, labbra carnose. La perfezione estetica come accidente salvifico, come biglietto vincente della lotteria, come unico valore di cui usufruire: mettere in gioco, quindi, questa bellezza; valorizzarla, promuoverla, farla fruttare. Fino all’occasione: un matrimonio finto ma ricco con un politico incolto e potente. Il secondo: L’altra, la sorella minore, bruttissima di una bruttezza da trucco teatrale: sopracciglia folte ed unite “in un pezzo unico”, fianchi larghi, gambe corte e asimmetriche, indosso lo sciatto pantalone di una tuta ed una maglietta sporcata dal caffè. Scricciolo larvale, grumo sgradevole, piccola poltiglia di difetti destinata all’infelicità perdurante, allo stato di abbandono e alla dimenticanza, alla segregazione, alla solitudine, se non fosse per… Il terzo: Lui, un sarto che ripara l’usato; un raccoglitore di scarti e di avanzi; un ricamatore di abiti, veli, di guanti, pantaloni, sciarpe, cappelli, di giacche, cravatte, scarpe, calzini di donne e di uomini adesso defunti o che sono produzione dei peggiori fabbriconi cinesi. Un misero, anch’egli tarlato esteticamente: occhiali spessi, pelle giallognola, capelli impomatati; le scapole curve, tisiche, naturalmente rannicchiate; nel centro della schiena una gobba, la gamba sinistra con la tendenza all’interno, il cattivo odore dei piedi, una fissazione di sguardo ebete, tarata, apparentemente priva di intuizioni e pensieri. Lei, Lui, l’altra in una storia in cui Lei (la bella) è destinata ad un quarto che non vediamo mentre Lui (il sarto) e l’altra (la brutta) si osservano, si scrutano, si avvicinano, si toccano quasi senza toccarsi, si parlano attraverso un sorriso o uno spasimo, si piacciono, si afferrano, si separano, si prendono per poi lasciarsi: destinati, come sono destinati gli infelici, a rimanere per sempre infelici. Il tempo della scena: il giorno che precede il matrimonio di Lei. Lo spazio della scena: un rettangolo che funge da casa con – sul fondo – uno trespolo a due scalini. Per entrare e uscire da questa stanza, perimetrata da un cavo lucente, occorre salire e scendere, occorre saltare.
Evidenziazione voluta: segnala che siamo in una tana, in un buco, in un anfratto infognato e interrato; in un sottosuolo che è rimando non solo topografico ma anche sociale: vediamo chi è invisibile, vediamo chi non ha pregi, vediamo chi vale quanto qualche sporca bestiola che si muove nel buio. Tre talpe, tre topi, tre formiche, tre vermi. Ecco cosa sono le figure che abitano questo giaciglio. Di lato, a sinistra, un concentrato di piccole minuzie-giocattolo: un tavolinetto, un bicchiere, una lampada, una scodella, delle ciabatte: tutto in plastica, tutto forzatamente irrealistico, tutto prescelto per ricordarci che, comunque, siamo a Teatro. Cantare all’Amore è una favola grottesca, in cui non c’è lieto fine (chi è triste, triste rimane) e di cui vanno esaltati gli aspetti specificatamente teatrali. Buona la capacità di produrre quadri ed immagini, componendo statiche coreografie momentanee che si fissano in ribalta, a meno di mezzo metro dal naso degli spettatori. Frantumi solitari, di coppia o di gruppo, emergono dal buio, associando corpi a corpi e/o rendendo i tratti di ogni volto e le pose di ogni muscolo una visione aspra, bislacca, eccessiva. Buono l’utilizzo dell’illuminotecnica, con il chiaroscuro di recita (un nero pestilenziale di base in cui emergono lividi lampi o tocchi di colore: un abito rosso, le unghia blu, un foulard arancione) ed una serie di trovate tese a regalare pallide pitture carnali: così l’alternanza tra luce fuori-scena (come sole che sorge) e luce di scena sull’abito matrimoniale; così l’uso di piccoli fari anteriori a schiacciare di bianco il volto degli attori quando si portano in avanti; così la funzione della piccola pila che, girando vorticosamente, allude ad una vertigine di emozioni e pensieri. Buona anche la natura barocca, palesemente digrossata e calcata d’ogni elemento, che rende il marciume più marcio, la sgradevolezza più sgradevole (si pensi all’unione delle sopracciglia; all’eccesso di trucco; alla povertà degli abiti tarmati e bucati; si pensi anche alla caratterizzazione morale-figurale-gestuale dei personaggi, che finiscono così per essere emblemi, simboli, appariscenti caricature ora arroganti ed ossessive, ora delicate, fragili, dimesse e perdenti). Buona, infine, la capacità metaforica dell’intera vicenda: rappresentando – da un lato – la tristezza di un matrimonio che ha come scopo la ricca ascesa sociale e – dall’altro – la sconfitta degli sventurati, dei poveri, dei sofferenti (che potrebbero amarsi ma che finiscono per soccombere) Cantare all’Amore rifiuta il vizio della comunicazione diretta, della dissertazione dichiarata, della petizione di principio e fa – opportunamente – ciò che il teatro ha da fare: s’inventa una chiacchiera visiva con cui occupare un frammento di tempo, cercando di significare questa chiacchiera di contenuti ulteriori, che vengono a galla lentamente, imponendosi nel corso dello spettacolo. Producendo una tristallegra storiella di malinconie e di aggressioni, di scorrettezze e di gioie, di malinconie, di angosce, di esistenze senza forza, senza coraggio o senza capacità di definirsi un futuro che sia un futuro davvero – e che sia il futuro che davvero si desidera o che ci si merita – Cantare all’Amore riesce a comunicare un senso d’infido, di squallido, di disperato pur regalando – nel mezzo di tutto ciò – piccoli brividi delicati, tocchi sentimentali, lembi di candore innocente. Si parteggia, ad un tratto, per questa sorella umile, fedele, dimessa, che si rintana seduta in un angolo o che si scusa per una colpa che non ha commesso, che non sa cosa vuol dire abbracciare qualcuno, che non ha mai detto la frase “Ti Amo”. Si parteggia, ad un tratto, per lei perché è ciò che vuole la messinscena: produrre un moto di solidarietà per questa maschera della povertà, che finisce soggiogata dalle convinzioni della sorella-matrigna. Ma si parteggia, se possibile, anche per questo sarto secco, curvo e goffo, per questo dimesso clown della stoffa, per questo nerd del taglia-e-cuci che – ad un punto – si ribella prendendosi ciò che desidera, ma commettendo tuttavia un errore nel suo stesso ribellarsi al destino. Invece si detesta – com’è giusto che sia – questa sorella-meraviglia, questa magra figura di nervi e carattere, questa carogna-finto-padronale-ma-in-realtà-misera-anch’essa, che dice di aver capito come vanno le cose e che, forse, lo ha capito davvero: a lei il matrimonio, a lei la conta dei soldi, a lei il giorno di gloria; a lei l’obbligo della finzione, l’infelicità nascosta negli agi, a lei il ruolo di carnefice mentre è anch’ella una vittima. Gioco attorico in una trama-standard, breve fantasia di putrido e becero, piccolo incubo in un sottosuolo animale, Cantare all’Amore ha saputo suggerire quanto pesa un sospiro, quanto è impossibile un sogno, quanto è inevitabile la sconfitta. “È finito il tempo della tenerezza”. Eppure illudersi è stato piacevole.
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L’ infima delicatezza. (Teatro.org)
Un quadrato di luce, tre scalini, un abito da sposa, un vassoio con tazzine. Potrebbe trattarsi di un’elegante camera o di una squallida tana. Lo spazio non ha importanza nel suo valore metaforico, perché in questo lavoro della giovane compagnia La Ballata dei Lenna lo spazio viene creato dalle parole, dai personaggi e dalle storie.
I protagonisti sono la brutta, la bella e il sarto. Tra figure contrastanti, tre mondi in decadenza da scoprire. La bella, un’energica Miriam Fieno, e la brutta, un’introspettiva Paola Di Mitri, sono sorelle, unite dal vuoto, dalla disperazione, dalla miseria e legate da sentimenti contrastanti, il più delle volte negativi. La bella deve sposarsi, la brutta sembra destinata a non sposarsi mai, ma i destini, a volte, si incrociano e si assimilano, inaspettatamente.
È il personaggio del sarto, ben riuscito e ben interpretato da Nicola Di Chio, a scomporre i piani, a ribaltarli e a confonderli. Uomo di poco interesse, malformato, ripara abiti usati. Vive di vecchie stoffe, tarli e abbandono sentimentale. Dietro il suo sguardo ebete, perso in un mondo che più non gli appartiene, si nasconde un’inappagata oscurità. Desiderio d’amore? Di essere come tutti?
Al di là dell’indicazione del titolo, i tre personaggi sembrano cantare al non amore, all’amore mancato, al disincanto dell’amore, tra brani pop e spagnoli, tra violenza e delicatezza.
Intensi monologhi, che si rintanano in una scrittura curata, secca, poetica, si alternano a dialoghi sferzanti, crudeli, scattanti. Cantare all’amore è una favola triste di vite larvali, che chiede tenerezza ma riceve in cambio la sola risposta possibile: un’infima carezza.
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(Persinsala)
In ogni storia che si rispetti i personaggi sono sempre tre: lui, lei e l’altra.
Nella nostra storia i personaggi in questione sono un timido e disadattato sarto e due sorelle: la prima bellissima, ambiziosa e calcolatrice, impegnata nei preparativi di un matrimonio d’interesse con un famoso politico; la seconda, brutta, trascurata e priva di aspirazioni.
Il piccolo sarto si innamora, tra i difetti ingombranti e la gobba sporgente, della sorella brutta che, imbarazzata e titubante, ricambia timidamente. L’amore è una novità per entrambi: un sentimento unico e meraviglioso, che sembra inizialmente poter resistere a ogni ostacolo e durare per sempre.
Ma non è facile amare, amare fa paura. Paura di fallire, «di andare a finire come tutti gli altri», di mostrarsi senza finzioni, per come si è veramente: sinceri. Ed è appunto l’impossibilità di essere sinceri, il dramma attorno al quale ruotano queste tre vite senza coraggio. Il tema prende forma concreta nei movimenti rallentanti, meccanici e antinaturalistici dei personaggi, che si esprimono attraverso una gestualità artificiosa e irrealistica eppure essenzialmente comunicativa. È un modo altro di comunicare, che punta a evocare piuttosto che a dichiarare, ma che non risulta per questo essere meno funzionale e convincente. È una comunicazione che cerca nuove vie, perché quelle convenzionali e “normali” incutono timore.
Anche nei dialoghi, nei momenti di maggiore intimità e profondità, i personaggi non scelgono mai di esprimersi attraverso le proprie parole, ma decidono di rifugiarsi in una canzone, utilizzando parole scritte da qualcun altro, che rendono i loro sentimenti anonimi e banali.
Anche lo spazio, nero, spoglio, sommerso dalle ombre, richiama l’idea di una realtà priva di qualsiasi elemento personale.
Non c’è nulla che sia vero, nulla che porti fede all’essenza dei personaggi, condannati a mostrarsi e ad agire per quello che non sono.
Come il vestito della sposa, l’abito che più di tutti, per una donna, dovrebbe rappresentare la personalità di chi lo indossa, è spersonalizzato, usato, largo e impossibile da sistemare.
Di fronte a questa incapacità di aderire sinceramente alla vita, allora, forse, è meglio rinunciare, «ci sono cose più importanti a cui pensare, non c’è tempo da perdere in carezze».
Cantare all’amore è la storia di tre storie diverse che si sfiorano fino quasi a intrecciarsi, senza però riuscirci mai. Tre vite comuni oppresse dall’incapacità di costruire rapporti veri e profondi.
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L’amore ai tempi della Ballata dei Lenna. (Krapp’s Last Post\ Marco Menini)
In questi tempi di teatro pop in cui “Thanks for vaselina” di Carrozzeria Orfeo viene eletto spettacolo dell’anno di Krapp’s Last Post, non appare fuori luogo un rimando a “CANTARE ALL’AMORE”, lavoro della compagnia Ballata dei Lenna che in alcune scelte drammaturgiche e di uso dello spazio sembra rimandare al lavoro sopra citato, se pur in modi differenti. Un emisfero di abitudinari, umili e silenziosi, relegati in spazi dove tutto è negato, lontano. In questi trionfi della solitudine tocca arrangiarsi, e quando è il caso non andare troppo per il sottile. Una lieve ed efficace vena ironica, a tratti surreale, soprattutto nelle azioni e nella mimica, alleggerisce e rende dinamica la messinscena della giovane compagnia. La compagnia riempire ogni momento dello spettacolo senza lasciare mai un attimo di vuoto e calma, tutto d’un fiato a precipizio, in un montaggio serrato caratterizzato da tagli e rotture un po’ spiazzanti. Il tutto accompagnato da rimandi a intramontabili classici del repertorio melodico italiano – riecco spuntare il pop – da Ramazzotti a Tenco, Nannini e Baglioni, talvolta per spezzoni, talvolta per citazioni nel parlato, con esiti felici. Si parla d’amore inaspettato oppure calcolato, dell’amore precluso o sognato, dell’amore da interrompere, a tutti i costi, pur di garantirsi una vita migliore. Questa giovane compagnia offre momenti intensi e divertenti di teatro, e soluzioni poetiche. Uno spettacolo riuscito, che piacerà molto al pubblico perché capace di non annoiare – e questa non è cosa da poco.
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(Hystrio\ Laura Bevione)
Inizia come una commedia di costume, piuttosto convenzionale e stereotipata: la bella ragazza che sfrutta i doni che la natura le ha concesso per farsi impalmare da un uomo di successo che non ama, ma che le garantirà un’esistenza meno grigia di quella cui le sue umili origini l’avrebbero necessariamente predestinata; e accanto a lei, Anna, la sorella goffa e un po’“spostata”, e il timido sarto incaricato di aggiustarle l’abito da sposa, usato. La facile satira di costume – l’apparire che vince obbligatoriamente l’essere – cede, però, presto il tono a quel surreale e spietatamente sognante che contraddistingue i lavori della giovane compagnia che, con questo spettacolo, è stata selezionata a In-Box 2014. I dubbi e le incertezze della futura sposa – rosa allo stesso tempo dal timore di non essere all’altezza della famiglia del “suo” Enrico e dal rancore verso quella porzione di società cui sa non potrà mai veramente appartenere –
lasciano spazio al dialogo, spezzato e complicato, fra il sarto e Anna. I due, esiliati da quella vita che accomuna i loro coetanei e fatta di incontri, uscite, viaggi, amori, paiono aver trovato l’uno nell’altra un antidoto alla propria insipida solitudine. La conversazione tra i due non è né spontanea né fluida, bensì timorosa, spezzata, compresa fra repentini slanci e chiusure altrettanto fulminee. Il timido sarto e la sorella goffa decidono, nondimeno, di uscire insieme ma, poi, Anna ci ripensa e avviene un atto inatteso e brutale, un’esplosione di violenza imprevedibile e traditrice di una fiducia innocentemente concessa. La commedia di costume, dopo essere diventata fiaba surreale, si tramuta in dramma, ma senza pathos né sentimentalismi, bensì ammantato di quella fredda ordinarietà in cui, nella nostra contemporaneità senza più sogni né vera innocenza, affogano ugualmente gioia e sofferenza. E così non resta che aiutare la futura sposa a farti la tinta e continuare, apaticamente, a sopravvivere.

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(La Repubblica)
Volevamo lavorare sull’amore, poi ci siamo ritrovati a cercarlo, e a chiederci se il nostro tempo fosse ancora in grado di calzarlo questo sentimento che sembra non appartenerci più. Parte così, con sentore di smarrimento, la ricerca della Ballata dei Lenna. “Cantare all’amore” è il titolo della loro produzione che è arrivato al teatro Kismet, scritto e interpretato da Nicola Di Chio, Paola Di Mitri e Mirian Freno, mette, per l’appunto, tre personaggi in scena, due sorelle e un sarto, tutti legati dal filo dolente e indagatorio di un imminente matrimonio.