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DICONO DI NOI/ RASSEGNA STAMPA

Hanno spolverato Kenny! BRUTTI BASTARDI (Il Pickwick.it\ Michele Di Donato)
Realitaly, è il buco della serratura, da schermo si fa ribalta e le angustie di vite da sottoscala vengono offerte in visione come pietanza di un (auto)sciacallaggio consapevole. Tre personaggi in scena, che scelgono per combattere l’indigenza di spettacolarizzare la loro condizione, le loro vite irrisolte e condivise in uno spazio compresso, delimitato sulla scena da uno scheletro casupolare, tre “sottoesistenze”, che affrescano una quadreria di immagini grottesche, a cominciare dal luogo in cui vivono, passando per una serie di situazioni iperboliche, come il borotalco utilizzato per surrogare un’igiene inesistente o il fon adoperato per asciugare ascelle di camicie non deodorate. Un “docuteatro”; dove il corpo offerto diviene pertanto metafora: la miseria interiore, tirata fuori ed esposta, come quel marcio che c’è dentro e non si vede. Il punto è che tutto questo appartiene già ad un mondo e ad un immaginario già noti e di pubblico dominio; per renderlo accattivante serve riuscire a farlo diventare teatro. Ed in questo La Ballata dei Lenna è compagnia assai capace, giovani ma già abbastanza ben strutturati, costruiscono una messa in scena lineare e coerente, ma anche fantasiosa e originale, che gioca con un uso sapiente delle luci, adoperate e variate in scena dai tre attori nel contrappuntare con variazioni opportune i diversi passaggi drammaturgici; così come apprezzabile è la scelta del campionario musicale, che spazia da Albano e Romina Power ad Arisa, passando per Battisti e la Vanoni, contrappuntando con sapido gusto della sottolineatura i momenti della rappresentazione. Ancora, assai interessante è l’uso dello spazio scenico, imperniato sì su un perimetro casupolare centrale, scheletro in abbozzo che rappresenta il confino angusto scelto da tre contiguità troppo contigue, ma composto anche da un angolo differentemente illuminato al di fuori, una sorta di ‘a parte’ confessionale, deputato all’espettorazione delle miserie di ciascuno che dovranno costituire la sostanza del documentario teatrale da inscenare e che sarà rischiarato da luce diversa a seconda dei toni e delle modalità della confessione di turno. La metafora che sottende a tutto ciò alberga in un pupazzo, Kenny di South Park, ossessivamente ripulito dalle preoccupazioni e dalle angustie che gli si accumulano all’interno sotto forma di polvere, perché “quando la polvere è molta arriva la morte”. Così, l’ostentazione da reality di miserie individuali e condivise diviene una sorta di rituale di espiazione e purificazione, attraverso cui espettorare il marcio, la “polvere” che ciascuno di loro ha dentro, il sedimento di ciò che li ha disillusi, affossati ed infine corrotti, ridotti a vivere rinunciando e a patire recriminando. Piace, Realitaly, e convince per la capacità che mostra nello scegliere un linguaggio, visivo e verbale, accattivante, personale, che dimostra conoscenza della grammatica teatrale. Siamo sostanzialmente dinanzi ad un modo di fare teatro che appare gravido di potenzialità.
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Appunti su La Ballata dei Lenna (Il Pickwick.it\ Alessandro Toppi)
REALITalY si presenta come un “docuteatro” ovvero una sorta di reality da palcoscenico messo su per “mostrare la verità”: condizioni abitative, scelte formative, rapporti e stati d’animo. Non siamo – sia chiaro – alla teatralizzazione del modello televisivo ma all’uso ulteriormente paradossale del rapporto vero/falso su cui si basa il teatro: dichiaro la verità e, dichiarandola, mento e tuttavia, esponendo la menzogna, in qualche modo faccio operazione di verità (anche se solo teatrale). Con REALITalY La Ballata dei Lenna annulla ogni verosimiglianza illusiva dell’immagine, ostenta l’atto teatrale nel suo divenire tecnico, espone agli spettatori una verità artigianale mettendosi così in rapporto diretto con gli spettatori medesimi: si tratta di un primo modo per confermare che l’idea, sempre di più, è di non usare alcuna quarta parete, nessuna fittizia chiusura anteriore.
REALITalY – senza esporre tesi e analisi sociopolitiche, dati o documenti oggettivi, petizioni di principio, inutili toni da comizio – narra la condizione dei trenta-quarantenni italiani e lo fa rendendo o facendo intuire
lacerti di vita di una laureata in chimica, costretta ad accontentarsi degli avanzi di giornata di un ristorante; di un musicista che ha rinunciato a provare agli altri (e a se stesso) la propria presunta o effettiva bravura; di una donna che, abortendo, ha rimandato l’assunzione di responsabilità, la serietà dell’impegno, l’affermazione della propria crescita definitiva. Tutto ciò avviene alternando sarcasmo e amarezza latente, ironia e tragicità sottotraccia, grottesco e realismo di maniera, e avviene molto bene, poiché lo spettacolo lavora sulla coesistenza, giacché potenzialità e fallimento appartengono ad ogni singolo personaggio: ognuno ha, infatti, qualcosa da nascondere, qualcosa in cui è manchevole, qualcosa che genera frustrazione, astio o dolore, un senso di sconfitta.
La capacità di alludere alla generazione cui si appartiene in REALITalY viene elevata alla seconda se, infatti, le figure della laureata in chimica, del musicista e della madre mancata sono la dimensione-personaggio della trama, c’è una dimensione-attoriale esposta esplicitamente che racconta delle condizioni della nuova teatralità italiana. Ascoltare frasi come “Prima facciamo lo spettacolo poi ci danno il resto dell’incasso”, “Io senza soldi non comincio, non proseguo e non finisco”, “Io preferisco essere pagata dopo aver fatto un lavoro, mi fa dare di più” fa pensare alle – spesso miserrime – condizioni contrattuali che gli artisti sono costretti ad accettare pur di avere date, distribuzione e tournée; “Sono meno di trenta euro a testa” svela quanto effettivamente possa guadagnare una compagnia in trasferta; “Abbiamo provato a fare anche quello che ci piaceva” dice dell’ostinazione alla scena; “Dopo la replica di domani torneremo lì” racconta dell’effimera natura della presenza sul palco; “Questo è l’unico modo onesto per tirare avanti” afferma la convinta scelta di una vocazione artistica; “La realtà è che noi non abbiamo niente da dire” accenna all’autoreferenzialità della ricerca, suggerisce il pericolo sempre incombente del fallimento o dell’assenza di contenuti effettivi da produrre e proporre; “Perché dobbiamo fare sempre queste cose sperimentali?” interroga la natura del proprio percorso, tra superamento della tradizione e difficoltà di generare qualcosa di nuovo, che sia valido e comprensibile per forma (“Ti rendi conto che quello che dici non significa niente?”) e per sostanza (“Questa porcheria non ha niente a che fare con l’arte”).
REALITalY realizza dunque questo duplice racconto del presente: con i personaggi rimanda al complessivo contesto sociale italiano (ecco il senso della bandiera tricolore, usata come separè interno alla casa) mentre con gli attori rimanda all’ambito specificatamente teatrale: “L’importante è che ci sono le persone, altrimenti sarebbe tutto inutile”; “Dobbiamo fare qualcosa, altrimenti siamo solo pupazzi”; “Siamo diventati animali addestrati, che fanno il saluto anche quando il pubblico non c’è”.
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REALITalY riportare la realtà in teatro ma anche il teatro nella realtà. (Hystrio – SistemaTeatroTorino\ Laura Bevione)
Un esperimento di docu-teatro, così i tre attori-autori della compagnia La Ballata dei Lenna, presentano il loro originale spettacolo. Non hanno i soldi per girare un vero documentario e dunque scelgono di accogliere gli spettatori – dopo che questi, però, hanno pagato il giusto biglietto, i tre devono pur sopravvivere! – nella loro inconsueta e precaria dimora, una cantina con due stanze e pure una cucina. Qui lasciano che i convenuti ne spiino le esistenze, sulle quali non esitano a fornire dettagli più o meno tragici e dolorosi – perché la sofferenza “impressiona” – non nascondendo nulla – o quasi – della condizione di povertà e di precarietà cui la sorte pare averli destinati. Buste di griffe famose per nascondere i propri rifiuti, il pranzo affidato alla generosità del macellaio, l’autoindulgenza e l’autocommiserazione quali solidi scudi per difendersi dagli attacchi di un destino che pretende, invece, di essere comandato e riscritto. Ricorrendo a schemi propri dei tanti reality che vorrebbero rispecchiare la realtà dei giovani italiani – dal “confessionale” alle liti feroci fra ex-fidanzati – e rivoltandoli con scaltra abilità drammaturgica – i tre artisti riescono a mettere in scena il disagio di una generazione impegnata in primo luogo a lottare contro gli stereotipi che ne imprigionano le reali aspirazioni. La sfida più ardua, dunque, è proprio quella di riuscire a rappresentare i veri se stessi e di portare sul palcoscenico la propria realtà e, poi, magari tentare di modificarla, ricorrendo anche a una stupefacente scoperta scientifica.
Lo spettacolo si chiude così con un sogno – quello di garantire armonia e serenità agli uomini – e un auspicio molto concreto e condivisibile.
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REALITalY speranza sotto forma di rivoluzionaria rivelazione scientifica. (Teatroteatro.it\ Roberto Canavesi)
Tre ragazzi, abitanti di una comune-tugurio, raccontano al pubblico la loro esperienza di stenti e miseria, arrivando ad abbattere l’ideale quarta parete per offrire al pubblico la possibilità di spiare e giudicare una quotidianità vissuta all’insegna di privazioni e reciproci conflitti: annunciato come esperimento di docuteatro,NRealitaly è in primis un rilevante progresso nel percorso di crescita di una giovane realtà la cui cifra stilistica è una scrittura diretta e senza filtri, una drammaturgia legata al reale di cui non sono nascosti gli aspetti dolorosi o intimi, quali la non autonomia economica o il persistere di ataviche tensioni.
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La Ballata dei Lenna, una compagnia da seguire. (loperaprima.blogspot.it)
Realitaly della Ballata dei Lenna è uno spettacolo che funziona fin dalle prime battute, il tono di ogni personaggio appare caratterizzato in modo chiaro e i personaggi sono ben delineati. I protagonisti reggono bene scena e personaggi per tutto lo spettacolo di circa 50 minuti. Fra momenti drammatici e brevi ma riusciti episodi comici, si dipana una vicenda che quando le luci si spengono, dà l’impressione di un lavoro molto sincero, in cui gli attori credono.
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Violenta e comica gara quotidiana della povertà, giocata a stanare i rimasugli di dignità.(TipsTheater)
Partendo dalla rabbia e dalla miseria si viene avvolti da una bellezza totalmente disarmante, e invece di distruggere si continua a sperare. Assolutamente da vedere.