HUMAN ANIMAL

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GALLERIA IMMAGINI\ DICONO DI NOI          TRAILER

vincitore bando Funder35
vincitore progetto Hangar Creatività
di Paola Di Mitri
regia Nicola Di Chio, Paola Di Mitri, Miriam Fieno
con Nicola Di Chio, Paola Di Mitri, Miriam Fieno
voce narrante Alex Cendron
luci e visual concept Gennaro Maria Cedrangolo e Eleonora Diana
video e riprese Vieri Brini e Irene Dionisio
costumi Valentina Menegatti
produzione La Ballata dei Lenna
produzione esecutiva ACTI Teatri Indipendenti
sostegno alla produzione Hangar Creatività, Zona K Milano, Factory Compagnia Transadriatica, Principio Attivo Teatro
in collaborazione con Scuola Holden

Sulle barricate della vita moderna ci si destreggia tra carte, numeri, protocolli, contratti, istruzioni, regole. Il mondo degli uomini, così come è oggi, è una burocrazia.
C’è chi dice che la chiave per sopravvivere sia l’efficienza, chi l’astuzia, chi l’inganno, chi la capacità di relazione, chi la pura intelligenza. Ma tocca ammettere che l’unica vera chiave, innata o acquisita, per trovare l’altra faccia della ripetizione meccanica, dell’insignificante, dell’inutilmente complesso, è quella di essere, in una parola: inannoiabili.
“Se sei immune alla noia, non c’è niente che tu non possa fare.” (David Foster Wallace)

IL PROGETTO
HUMAN ANIMAL prende vita dalla lettura de Il re pallido, ultimo romanzo pubblicato postumo, punta dell’iceberg della produzione letteraria prolifica, labirintica e sperimentale dell’autore americano contemporaneo David Foster Wallace.
Ne Il re pallido DFW descrive l’eroica quotidianità di un gruppo di funzionari dell’Agenzia delle Entrate di una cittadina di provincia negli USA, con l’intento di indagare la noia, e la capacità/incapacità dell’essere umano di saper sopravvivere alla burocrazia. DWF lascia incompiuto Il re pallido il 12 settembre del 2008, giorno in cui sceglie di uccidersi. Quello che ci arriva è un romanzo non finito nel quale possiamo scorgere sia le esistenze frammentate dei protagonisti e di rimando le fondamenta strutturali del romanzo, che respirare il tormento di Wallace nel tentare a tutti i costi di trovare un senso all’esistenza umana.
Attraverso un percorso di immedesimazione con l’autore, la compagnia ha condotto, nell’arco di alcuni mesi, una ricerca all’interno di diversi uffici dell’Agenzia delle Entrate del nostro Paese, con l’intento di indagare, da una diversa inclinazione, un mondo che nell’immaginario comune di eroico ha ben poco.
Questo materiale ha dato vita a una drammaturgia originale che gioca con la frammentarietà del romanzo, ripercorrendo alcuni degli interrogativi di DFW. Lo spettacolo si fa bulbo oculare che spia nella vita reale e nel romanzo, attraverso un gioco di fiction e non fiction, di teatro e cinema, che porta a costruire, assieme agli spettatori un nuovo senso all’opera.

LO SPETTACOLO
Da una parte: un ufficio illuminato dai neon, tre dipendenti dell’Agenzia delle Entrate e un’alluvione appena passata; dall’altra parte: una sala d’aspetto gremita dal pubblico.
In mezzo a loro: uno schermo su cui lo spettatore seduto vede proiettato il video-reportage della giornata di lavoro che quei tre impiegati, intenti a ripulire dal fango pratiche e faldoni, stanno portando avanti.
Che cosa significa restare umani nonostante la noia e la complessità burocratica del vivere quotidiano?
A cercare di rispondere a questa domanda, è una telecamera che, in presa diretta, segue senza soluzione di continuità i tre personaggi e le loro azioni, restituendo una graffiante sequenza di primi piani, particolari, carrellate, soggettive che vanno a scavare nell’intimità profonda dei tre impiegati, fino a far emergere quell’ umanità di cui tutti noi, che siamo stati almeno una volta pubblico agli sportelli, ignoriamo tendenzialmente l’esistenza.
Lo spettatore sente la voce e percepisce la presenza viva dei personaggi che agiscono dietro lo schermo, ma vede proiettato solo ciò che la macchina da presa decide di catturare.
La sensazione è quella di occupare, in quella sala d’attesa, un posto privilegiato che consente di poter spiare ciò che nella quotidianità non è ammesso vedere. Ma il vero spiazzamento arriva quando non è più possibile comprendere, così come giornalmente ci accade nella società dell’informazione in cui siamo immersi, quanto di quello a cui si assiste sia autentico e quanto sia manipolato.
Tutto è giocato sul limite che corre tra essere e non essere, tra realtà e finzione, attraverso quella strettissima linea di confine esistente tra la fiction e la non fiction, tra il teatro e il real cinema, stesso filo che ha più volte analizzato e percorso DFW con la sua produzione letteraria.
Il corpo dell’attore giostra a negarsi attraverso la bidimensionalità dell’immagine per poi irrompere davanti allo schermo e dichiarare la propria autorialità, ribadendo, di fronte all’occhio nudo dello spettatore, la sua presenza viva, tridimensionale, fatta di carne ed ossa.
E lo spettatore stesso diventa protagonista di un meccanismo che inconsapevolmente lo porta ad entrare e uscire di continuo dal ruolo di pubblico: prima teatrale, poi in attesa in una sala d’aspetto, poi televisivo e di nuovo teatrale, per riprendersi infine ciascuno il proprio posto.Attraverso una rappresentazione fatta di incastri e destabilizzanti relazioni, in cui esistenza ed oggettività fuoriescono dalle categorie di vero e falso, si gioca in un’esplorazione tra teatro e arti visive con gli elementi strutturali e letterari di DFW, che diventa, alla fine, lui stesso osservatore del gioco scenico.